Fecondazione assistita: storia e pensieri di una nonna (2a parte)

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abuela-e-hijaDa quel momento è iniziato un viaggio. Complicato ma meraviglioso. “Mamma, sappi che non è come mangiare un gelato con gli amici, ma ce la farò”, mi ha sempre detto nei momenti più stressanti del percorso di fecondazione assistita. E io di rimando l’ho incoraggiata convincendola del fatto che, se una “anziana” e tradizionalista signora come me si era convinta che i figli non nascono solo ed esclusivamente per vie naturali, allora davvero vale la pena provare e andare avanti.

Questo è quello che ho imparato nel corso del nostro cammino: due persone che si amano e sono una famiglia non possono che progettare di procreare, nel segno del proprio amore, e se questo non è possibile per vie naturali, che si ricorra serenamente alle tecniche di fecondazione assistita.

Non ho mai pensato, prima che succedesse a Renata, a cosa avrei provato in merito a questo argomento, semmai mi avesse toccata da vicina. Mi sento figlia di un’altra epoca, eppure vedere da vicino i sacrifici e gli sforzi condivisi da mia figlia e da suo marito per avere un bambino, che non avrebbero potuto mettere al mondo un figlio in maniera naturale, mi ha fatto capire: i pregiudizi sono sbagliati, sempre. È la vita, invece, ad insegnarci la strada.
No, non è stato come “mangiare un gelato con gli amici”. Il primo ciclo di fivet non è sfociato in una gravidanza. Abbiamo continuato a lottare, mentre l’umore di Renata andava su e giù: un giorno pensava che alla fine avrebbe stretto tra le braccia un bambino e il giorno dopo la delusione del primo ciclo senza risultati la gettava nello sconforto. Serve forza per andare avanti e io ho dato a mia figlia la mia forza, cercando di convincerla che i suoi sforzi sarebbero stati ripagati.
Sì, alla fine, è stato così: sono diventata nonna. Renata ha messo al mondo 8 mesi fa Gianluca, dopo il secondo ciclo di fivet. A volte mi metto in disparte e la guardo mentre stringe tra le braccia il suo piccolo. Lei non mi vede, china sul suo bambino, ma io sto pensando: “è stato un lungo percorso, ma alla fine è valsa la pena, figlia mia”.

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