Fecondazione assistita: un racconto a lieto fine (1a parte)

admin Notizie Leave a comment  

p1000136Nessuno può capire cosa significhi rimanere incinta tre volte e per tre volte rinunciare a vedere il volto del tuo bambino. Perché quel bambino non verrà mai al mondo.

Mi chiamo Marianna, ho 32 anni, e da quando ero ragazza soffro di una malattia cronica, con la quale ho dovuto convivere per anni, gli anni più importanti della mia vita, sapendo che tutti quei sintomi dolorosi di cui soffrivo mi avrebbero portato sostanzialmente all’infertilità.

All’università, dove studiavo per realizzare il mio sogno di diventare ingegnere, ho dovuto fare i conti con la mia patologia per la prima volta. Ho avuto così tanti problemi di salute che è stato necessario operarmi. È stato nel periodo più difficile della mia vita, quando sono stata messa di fronte al fatto che, in futuro, sarebbe stato difficile per me mettere al mondo un bambino, tanto per vie naturali quanto con l’aiuto della fecondazione assistita, che ho capito che avrei sposato Paolo.

Lui faceva parte del mio gruppo di amici ma non avevamo mai approfondito la nostra conoscenza. Allora ero una ragazza un po’ solitaria, immersa nei miei sogni, chiusa nel mio mondo. Avevo difficoltà a parlare della mia condizione, solo i miei genitori sapevano e mi sostenevano, cercando di incoraggiarmi.

 È come un retaggio che vive nell’inconscio di ogni donna che viene al mondo e che poi, messo alla prova della storia individuale di ognuna di noi, viene di volta in volta messo in discussione, eroso, confermato, rinnegato.

Io naturalmente non sfuggivo a questo messaggio recondito ma, a differenza di altre donne, sapevo anche che per me la maternità sarebbe stata un’esperienza difficile da realizzare.

In quel periodo in ospedale, quando ormai tutto era chiaro, Paolo mi fu vicino con tenerezza e discrezione. Era il suo modo di dirmi che lui era lì per me, in quel momento, e che anche dopo sarebbe stato lì ad aspettarmi. E lo fece.

Dopo qualche anno di fidanzamento, tra uscite di gruppo e cene romantiche, abbiamo sentito il bisogno di trovare un nostro spazio: abbiamo acquistato una casa e progettato le nostre nozze, di lì a poco.

Sapevo che per noi sarebbe stato poco più di un miraggio riuscire ad allargare la nostra famiglia. Ma non sapevo ancora che, ad appena un anno dalle nozze, mi sarei trovata nuovamente in ospedale. Il mio problema infatti si è ripresentato, nella forma più grave. Ricordo le forze che mi vengono a mancare, mio marito che cerca di rimettermi in piedi. E gli occhi che si aprono in un letto di ospedale.

Una nuova operazione significava solo una cosa: ancora meno possibilità di poter rimanere incinta. Ricordo, una volta tornata a casa, la sensazione di trovarmi in una specie di limbo: il corpo sentiva dolore e la mente reagiva cercando di incamerare energia per la guarigione, eppure mi chiedevo: “guarirò ma non potrò mai diventare madre. Per quanto il mio corpo possa rimettersi in sesto, non sarà mai in grado di procreare”. Una sensazione pesante, che mi si appiccicava addosso, come un umore oscuro. Poi, come altre volte era già accaduto, la vita mi ha preso da sola per mano. Il fisico guarisce, la routine quotidiana prende il sopravvento, la mente si allena a spostarsi su “altri” pensieri. Paolo ed io, però, volevamo avere un figlio. [Continua…]

Add a Comment