Fecondazione eterologa: il punto di vista di un uomo (1a parte)

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yeeeeeHo realizzato quanto desideravo diventare padre quando, con mia moglie Manuela, abbiamo iniziato a provare ad avere un figlio, subito dopo le nozze e sono passati invano ben cinque anni.

Riavvolgo mentalmente il nastro della nostra storia e torno al punto di partenza.

Mi chiamo Giovanni e ho 39 anni. Da 7 anni sono sposato con Manuela. Ho sempre pensato che fossimo dei privilegiati: sono un professionista affermato, ho cercato di guadagnarmi una buona posizione sociale, di raggiungere i miei sogni e di ottenere le cose che volevo. O che credevo di volere. Belle auto, una casa elegante con vista panoramica, uno stile di vita agiato. Tutte cose che ho sognato di condividere con Manuela dal primo momento in cui l’ho incontrata. Avevamo entrambi 28 anni, lei si era laureata da poco e lavorava nell’azienda del padre, cosa che ha continuato a fare anche dopo le nostre nozze. Quando ci siamo conosciuti ho visto in lei la vitalità, il fascino, la simpatia che avevo sempre cercato. Sono riuscita a convincerla ad iniziare un progetto di vita insieme dopo pochi anni di fidanzamento. E così è iniziata la nostra vita insieme. Immersi in un contesto familiare felice, perché vivevamo vicini ai nostri genitori e fratelli, in una sorta di grande famiglia che si integrava benissimo nelle varie parti.

Tutto sembrava andare come avevamo sempre sperato: una moglie stupenda, un contesto familiare caloroso, un “nido” d’amore a nostra immagine e somiglianza. Nulla davvero sembrava mancarci. Anche la nostra festa di matrimonio era stata bellissima, con Manuela impegnata a pensare a piccoli pensieri affettuosi per tutti i nostri amici e parenti.

Poi un giorno, siamo sbattuti sul nostro personale scoglio e ci siamo incagliati.

Attorno a noi, piano piano, tutti gli amici nostri coetanei, sposati come noi da qualche anno, iniziavano ad allargare la famiglia. Prima una coppia, poi un’altra, poi un’altra ancora. Noi ci stavamo provando, era il passo successivo per completare quel quadro che a me appariva perfetto. Un bambino tutto nostro, il frutto di un’unione solida e di un progetto di vita all’insegna dell’amore.

Sì ci provavamo, ma ogni volta il test ci negava la gioia di poter diventare genitori. Ogni volta che non andava bene, che scoprivamo che Manuela non era incinta come speravamo, mi costringevo a guardare profondamente negli occhi di mia moglie, per percepire il dolore che cresceva, assieme alla preoccupazione e ai dubbi, alle domande. Domande che forse tutte le coppie che non riescono ad avere un figlio, all’inizio, si sentono in dovere di farsi. “Perché proprio a noi?”, “cosa c’è che non va?”, “forse non sono in grado?”. Tempo dopo ho realizzato che porsi tutte queste domande, con l’ansia a fare da sfondo, è una sorta di piccolo calvario personale al quale ci sentiamo di condannarci forse per alleviare un po’ la sensazione di angoscia.

È stata Manuela a spingere entrambi ad affrontare la situazione. “

Temevo infatti che fossi io la causa della nostra sterilità di coppia e che non sarei stato bravo, come avrebbe potuto esserlo mia moglie invece, ad affrontare la realtà. In realtà, ben presto ho dovuto dimostrare la mia capacità di reagire e di prendere di petto la situazione: la nostra incapacità di mettere al mondo un figlio, infatti, era dovuta ad un mio problema di salute che mai era emerso nella mia storia clinica.

Manuela aveva avuto ancora una volta ragione: se non fossimo andati a fondo e avessimo scoperto il mio problema, ci saremmo consumati per anni dietro un test di gravidanza che, inevitabilmente, avrebbe sempre frustrato le nostre attese e speranze con un risultato negativo.

I medici comunque ci lasciarono alcune speranze, qualora avessimo intrapreso il percorso a noi più adatto. Per questo motivo decidemmo di andare avanti e di provare con la fecondazione eterologa [Continua…]

 

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