Gravidanza: non ora e non adesso ma il mio bimbo arriverà (1a parte)

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I-canMi chiamo Giovanna e sono una fotografa. Quando ho scoperto di avere una neoplasia avevo 26 anni, un compagno e la quasi certezza che un giorno avrei avuto dei figli. Quando il medico mi ha diagnosticato questa patologia non sapevo nemmeno di cosa si trattasse, ma ho temuto subito che qualcosa, in quel percorso personale da tempo immaginato e progettato, si stesse complicando. Infatti, una grande massa di tessuto ha colpito il mio utero e le mie ovaie, mettendoli parzialmente fuori gioco e indebolendoli tantissimo. Ancora oggi, mi risuonano in mente le parole del mio medico che, con affetto e pazienza, cercando di non spaventarmi eccessivamente, mi spiegava cosa stesse succedendo. Sapevo che la scoperta di questo problema di salute avrebbe comportato una serie di effetti: ero davanti al bivio di scelte e condizionamenti sulla mia vita che non sapevo come avrei gestito.

Pur avendo solo 26 anni ero da tempo impegnata in una lunga relazione: Luca ed io ci eravamo conosciuti a scuola, ma la nostra amicizia era diventata amore solo nel corso degli ultimi mesi dell’ultimo anno di liceo, durante l’esame di maturità. Ho sempre immaginato il giorno in cui sarei diventata madre: dentro di me mi sono sempre sentita in contatto con il mio istinto materno e mi sono vista in un futuro non lontano come una buona mamma. Il mio medico, però, mi ha subito fatto presente che, se avessi voluto davvero diventare madre, avrei dovuto pianificare da subito una gravidanza, prima che le mie condizioni peggiorassero ulteriormente.

Primo effetto domino. “Non sarà comunque una gravidanza facile: se scegliamo le vie naturali, potremmo subire delle problematiche, a causa delle ovaie compromesse, con effetti sulla tua salute e su quella del bambino”. Le parole del mio medico mi sembrarono una sentenza.
Secondo effetto domino. “Cosa faccio adesso? Luca mi resterà vicino?”. Mi sono chiesta se sarei stata pronta ad affrontare una situazione così difficile e piena di rischi e mi sono risposta di sì. Ero pronta a questo passo. Ma Luca?
Il terzo effetto domino nella mia storia è stato forse il più duro da affrontare, perché il più inaspettato. Luca non si sentiva pronto a diventare padre e di fronte a questo naturalmente nemmeno l’urgenza imposta dalle mie condizioni di salute avrebbero potuto avere un effetto. Ci ho messo molto tempo a comprendere e a perdonare, ma poi ho realizzato. Non eravamo davvero insieme in questo percorso, avrei dovuto affrontare da sola questa difficoltà.

In tre momenti, che oggi mi sembrano collegati come le tessere del domino, ho scoperto di avere un problema di salute, che forse non avrei potuto avere figli o che avrei dovuto pianificare una gravidanza contro il tempo e, infine, che l’uomo che amavo non si sentiva pronto alla sfida di questa corsa controvento. Pensavo sarebbe finita così la mia storia, ma non è andata in questo modo… CONTINUA


Fecondazione Assistita e legge: madre grazie agli embrioni crioconservati

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Anche se il marito è morto nel 2011, potrebbe decidere di diventare mamma grazie agli embrioni congelati 19 anni fa. Accade a Bologna dopo la decisione presa con un provvedimento d’urgenza dal tribunale civile della stessa città.

LA SENTENZA. La donna, una 50enne di Ferrara, se vorrà potrà ora procedere con l’intervento di impianto dopo che il suo ricorso era stato rigettato in primo grado. Il collegio della prima sezione civile, infatti, ha fatto riferimento alla legge 40 del 2004 che, sebbene vieti la crioconservazione di embrioni, regola anche le procedure di fecondazione intraprese prima della sua entrata in vigore e che prevedono che, in caso di embrioni non abbandonati, la donna ha sempre il diritto di ottenere il trasferimento.

I FATTI. Nel 1996 la coppia si era rivolta al centro di fecondazione assistita dell’ospedale. In quell’anno l’intervento non andò a buon fine e otto embrioni non impiantati furono congelati. Per 14 anni, fino al 2010, la coppia ha confermato la volontà di mantenere gli embrioni crioconservati e, dopo la morte del marito, avvenuta nel 2011, la donna si era rivolta all’ospedale per tentare di avere un figlio. Nonostante il nullaosta del comitato bioetico dell’università, la direzione negò l’intervento per una interpretazione della legge 40 secondo cui era necessario che entrambi i donatori fossero in vita. Immediato il ricorso da parte della donna che, adesso, si è visto riconoscere il diritto di diventare madre.