Maddalena: la storia di due genitori follemente innamorati della loro bimba (1a parte)

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cododo-co-sleeping-10294_w1000Quando abbiamo scoperto che Maddalena aveva una rara malattia ereditaria, che quel gene difettoso si trovava dentro di noi e glielo avevamo trasmesso noi, lei aveva già compiuto quasi un anno.

Man mano che la sua condizione evolveva, tutto il nostro mondo ruotava attorno a lei. La nostra condizione di coppia, il nostro rapporto di marito e moglie non poteva prescindere in alcun modo dal tenere su di lei un faro sempre acceso, per comprendere meglio i suoi bisogni mentre cresceva e doveva affrontare nuove sfide.

Bruno ed io ci siamo sposati molto giovani, a 19 anni, mentre Maddalena era ancora nella mia pancia. Fin da allora, posso dire che abbiamo avuto molte cose contro di noi e il nostro amore, la nostra voglia di andare avanti e creare una famiglia, il progetto di un matrimonio e di un figlio che era ormai prossimo a venire al mondo.

Siete troppo giovani, riuscirete a pagare le bollette?”, “siete avventati, non ci avete riflettuto nemmeno un po’”. Queste erano le paure più frequenti delle persone che ci stavano attorno. Invece, dopo le nozze, una nuova casa, un contratto a tempo indeterminato per Bruno, la nascita di Maddalena. Poi si è presentata una nuova sfida, La Sfida, che nessuno di noi si sarebbe aspettato. La sua malattia. Assorbita la notizia, lo choc, la preoccupazione, ci siamo registrati da capo. Come quando formatti un pc. Cancellare e ricominciare. Rivolgere a lei, non a noi, tutti i nostri sforzi di genitori. E noi l’abbiamo sempre vista perfetta e un po’ speciale, talvolta comica, un raggio di luce nella nostra vita.

A 25 anni, con Maddalena che cresceva vivace ed orgogliosa, pur nelle difficoltà della sua condizione, sentivamo ancora dentro di noi il desiderio di avere un altro figlio. Allo stesso tempo, sia Bruno che io eravamo pieni di dubbi. E se ci trovassimo nella stessa condizione in cui ci siamo trovati con Maddalena? Ma stavolta con due bambini invece di una sola?

[Continua…]


Fecondazione assistita: storia e pensieri di una nonna (2a parte)

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abuela-e-hijaDa quel momento è iniziato un viaggio. Complicato ma meraviglioso. “Mamma, sappi che non è come mangiare un gelato con gli amici, ma ce la farò”, mi ha sempre detto nei momenti più stressanti del percorso di fecondazione assistita. E io di rimando l’ho incoraggiata convincendola del fatto che, se una “anziana” e tradizionalista signora come me si era convinta che i figli non nascono solo ed esclusivamente per vie naturali, allora davvero vale la pena provare e andare avanti.

Questo è quello che ho imparato nel corso del nostro cammino: due persone che si amano e sono una famiglia non possono che progettare di procreare, nel segno del proprio amore, e se questo non è possibile per vie naturali, che si ricorra serenamente alle tecniche di fecondazione assistita.

Non ho mai pensato, prima che succedesse a Renata, a cosa avrei provato in merito a questo argomento, semmai mi avesse toccata da vicina. Mi sento figlia di un’altra epoca, eppure vedere da vicino i sacrifici e gli sforzi condivisi da mia figlia e da suo marito per avere un bambino, che non avrebbero potuto mettere al mondo un figlio in maniera naturale, mi ha fatto capire: i pregiudizi sono sbagliati, sempre. È la vita, invece, ad insegnarci la strada.
No, non è stato come “mangiare un gelato con gli amici”. Il primo ciclo di fivet non è sfociato in una gravidanza. Abbiamo continuato a lottare, mentre l’umore di Renata andava su e giù: un giorno pensava che alla fine avrebbe stretto tra le braccia un bambino e il giorno dopo la delusione del primo ciclo senza risultati la gettava nello sconforto. Serve forza per andare avanti e io ho dato a mia figlia la mia forza, cercando di convincerla che i suoi sforzi sarebbero stati ripagati.
Sì, alla fine, è stato così: sono diventata nonna. Renata ha messo al mondo 8 mesi fa Gianluca, dopo il secondo ciclo di fivet. A volte mi metto in disparte e la guardo mentre stringe tra le braccia il suo piccolo. Lei non mi vede, china sul suo bambino, ma io sto pensando: “è stato un lungo percorso, ma alla fine è valsa la pena, figlia mia”.