Procreazione assistita, via libera dal Garante a nuovo regolamento

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procreazione-assistita-via-libera-dal-garante-a-nuovo-regolamentoIl Garante per la privacy si è pronunciato a favore della nuova disciplina per manifestare il consenso da parte delle coppie che intendono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita. Lo schema del ministero della Salute sottoposto al Garante aggiorna il regolamento sulla procreazione assistita del 2004 alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale n. 151/2009 e n. 162/2014 che hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcune norme della legge 40/2004, rimuovendo il divieto alla fecondazione eterologa e consentendo, in particolari circostanze, la crioconservazione degli embrioni.

Cosa cambia

Le novità derivanti dalle sentenze hanno dunque reso necessario un aggiornamento della disciplina anche per quanto riguarda il trattamento dei dati delle coppie che si sottopongono alla fecondazione assistita, dei nati e dei donatori. Per conformare pienamente lo schema ai principi e alle regole sulla protezione dei dati il Garante ha chiesto di apportare alcune modifiche, integralmente recepite dal Ministero. Il ministero dovrà, in particolare, predisporre ed inserire nello schema di regolamento un nuovo modello di informativa e richiesta di consenso al trattamento dei dati personali, utilizzabile dalle strutture che praticano la fecondazione assistita (per la predisposizione del quale l’Autorità ha dato la sua disponibilità). Le coppie che accedono alle tecniche di procreazione di tipo eterologo dovranno inoltre essere chiaramente informate del fatto che i loro dati e quelli dei neonati saranno trasmessi al Centro nazionale trapianti per l’implementazione del registro nazionale dei donatori di cellule riproduttive a fini di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo.

Il parere dell’esperto

“È di estrema importanza regolamentare, con norme chiare e trasparenti, la delicatissima disciplina inerente il consenso da parte delle coppie che intendono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita. Il regolamento promosso dal Ministero della Salute, con le integrazioni del Garante per la privacy, va in questo senso, quello di garantire la privacy e la tutela delle coppie e dei donatori in ogni ambito”. Così commenta il Dottor Antonio Scotto.


Fecondazione assistita, dove sta andando la ricerca

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fecondazione-assistita-dove-sta-andando-la-ricercaDalla creazione di ovuli da staminali al ringiovanimento dell’ovaio, fino ai test ottenuti dal liquido di coltura dell’embrione. La ricerca nel campo della fecondazione assistita non si ferma e prosegue su più fronti, a partire dalle ricerche sulle mutazioni genetiche responsabili di infertilità.

Una ricerca dalla Spagna accende un faro sulle mutazioni del Dna

Secondo una recente ricerca messa a punto da un team spagnolo, l’84% delle persone è portatrice di mutazioni genetiche che possono provocare malattie di vario tipo. La ricerca si è concentrata sulla diagnosi pre-impianto: i ricercatori spagnoli stanno cercando di eseguire i test dal liquido di coltura dell’embrione, e non più su materiale ottenuto tramite biopsia, al fine di ottimizzare i cicli di fecondazione assistita eseguiti dalle coppie con problemi di infertilità.

La strada che porta al ringiovanimento

Sul fronte della fecondazione eterologa si sta invece procedendo nella direzione del ringiovanimento dell’ovaio anche con l’uso di cellule staminali del midollo osseo. Buoni finora i risultati: i test hanno documentato un aumento del 60% nella risposta follicolare e di produzione degli ovuli. I ricercatori giapponesi pensano invece a una tecnica più invasiva con un trauma all’ovaio provocato tramite laparoscopia per stimolare la vascolarizzazione e la produzione di ovociti. Infine, è in fase di sviluppo un test per captare il momento migliore per l’impianto dell’embrione, quando l’endometrio è più recettivo: questa fase non è uguale per tutte le donne.

Il parere dell’esperto

Chiediamo al Dottor Scotto una riflessione sulle ultime ricerche in tema di fecondazione assistita: “E’ un bene che la ricerca proceda su più fronti per poter risolvere le tante questioni ancora irrisolte sul tema della fecondazione assistita e garantire la miglior tutela possibile alle donne che si sottopongono al trattamento e al nascituro, nella massima sicurezza per la salute di entrambi”.


Gravidanze più sicure dopo i 40 con la fecondazione assistita

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123357614-206e63ec-fb01-4a9c-bfe1-c41f0b7aaec2Si è sempre detto che, man mano che l’età avanza, per una donna avere un figlio diventa più complicato. Un dato che, tuttavia, è possibile sconfessare grazie alla fecondazione assistita. Secondo gli ultimi studi, infatti, con la fecondazione in vitro, le over 40 riescono ad avere figli più sani e con meno malformazioni alla nascita.

In aumento le mamme meno giovani

I dati parlano chiaro, aumentano le donne che mettono al mondo il primo figlio anche oltre i 40 anni. Quello che prima era un caso isolato, infatti, oggi sta diventando la norma. Questo è possibile senza ombra di dubbio grazie al miglioramento dello stile di vita, alla maggiore cura di sé e, soprattutto, all’evoluzione scientifica. La fecondazione assistita, infatti, si è evoluta nel tempo e oggi sono sempre più le donne che si rivolgono ai centri specializzati per realizzare il loro sogno di maternità.

Una ricerca destinata a far discutere

Un progetto di ricerca promosso da un prestigioso istituto accademico internazionale ha messo in luce che non è assolutamente vero che le cosiddette primipare attempate sono più a rischio complicazioni nel corso della gravidanza. Analizzando i dati di più di 300mila gravidanze, registrate tra il 1986 e il 2002, infatti, è stato evidenziato che le donne attempate rimaste incinte grazie alla fecondazione assistita, rispetto a donne con meno di 29 anni, hanno avuto meno probabilità di affrontare complicazioni durante il parto. Addirittura si parla di un calo del rischio dall’11 al 4% per quelle donne ultraquarantenni che hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro.

Il parere dell’esperto

Chiediamo al dottor Scotto un commento a questa scoperta:
“La fecondazione assistita può aiutare molto quelle donne che hanno deciso di approcciarsi alla maternità dopo i 40 anni. Dai dati di recente diffusione emerge che, molto probabilmente, i farmaci che stimolano l’ovulazione, che sono parte integrante della terapia che precede la fecondazione assistita vera e propria, svolgono una funzione protettiva degli embrioni, giocando un ruolo fondamentale soprattutto quando l’età della gestante è superiore alla media, uno studio che non fa che avvalorare la tesi che queste tecniche sono più che sicure. Una ulteriore rassicurazione per quelle donne che, pur avendo più di 40 anni, vogliono provare le gioie della maternità.”


Pma, cresce il numero dei trattamenti in Europa

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Künstliche Befruchtung einer Eizelle -  In-vitro-Fertilisation

Aumenta il numero delle fecondazioni assistite negli Stati dell’Unione Europea. In un anno, sono state oltre 640.000, un dato in continuo aumento. Di queste, 33.605 sono avvenute grazie a ovodonazioni, ovvero inseminazioni eterologhe con ovuli che provengono da una donazione. È quanto evidenziato dal rapporto del registro della Società europea di medicina e biologia della riproduzione (Eshre), pubblicato sul numero di agosto di “Human Reproduction”.

In aumento i cicli di pma

I dati per i cicli di fecondazione iniziati da gennaio a 31 dicembre 2012 sono stati raccolti da Registri Nazionali (ove esistenti) o su informazioni base volontaria da parte del personale. In 1.111 centri presenti in 34 paesi (uno in più rispetto al 2011) sono stati riportati complessivamente 640.144 trattamenti di procreazione medicalmente assistita (Pma). Nel rapporto dello scorso anno si parlava di 610.000 cicli di Pma iniziati nel 2011 e 30.198 ovodonazioni. “I cicli – si legge sull’abstract – continuano ad aumentare di anno in anno, i tassi di gravidanza nel 2012 sono rimasti stabili rispetto al 2011, e il numero di trasferimenti con più embrioni (oltre tre) è diminuito”.

I dati registrati in Italia

Nei 18 Paesi in cui tutti i centri hanno riportato i dati, sono stati condotti di 369.081 cicli di Pma su una popolazione di circa 295 milioni di abitanti, pari a 1.252 cicli per milione di abitanti (con un range da 325 a 2.732 cicli). In Italia, secondo l’ultima relazione consegnata lo scorso giugno al Parlamento il tasso, nel 2014, era di più di mille cicli per milione di abitanti (1.102).

Il parere dell’esperto

Chiediamo al Dottor Scotto una riflessione sullo scenario emerso dai dati diffusi dall’Eshre.

“I dati messi in luce dal rapporto della Società europea di medicina e biologia rivelano uno scenario, a livello europeo, nel quale il ricorso alla fecondazione assistita è in costante aumento. Questo significa che l’azione di informazione e sensibilizzazione sta iniziando a dare i propri frutti. Più siamo informati, meno questo ambito ci appare oscuro, poco comprensibile o, peggio, pericoloso per la nostra salute. Credo che questo sia un elemento decisivo anche nell’ottica di garantire la massima serenità ai futuri genitori che decidono di ricorrere ai trattamenti di procreazione medicalmente assistita. Dobbiamo continuare su questa strada e, in particolare in Italia, favorire azioni di sensibilizzazione e orientamento, nell’ottica di fornire ai futuri genitori tutte le garanzie e le informazioni necessarie”.


Fecondazione a tre, uno studio conferma la sicurezza del trattamento

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Fecondazione a tre, uno studio conferma la sicurezza del trattamentoÈ passato un anno da quando la Gran Bretagna ha  legalizzato la fecondazione assistita a tre, un trattamento realizzato con dna proveniente da due donne e un uomo, allo scopo di impedire che alcune malattie vengano trasmesse dalla madre al figlio. Una decisione a lungo dibattuta e oggetto di numerose polemiche, sia dal punto di vista medico-scientifico che etico. Tuttavia, a favore di questo trattamento c’è un nuovo studio, pubblicato da una prestigiosa rivista scientifica. La ricerca rivela che la procedura è sicura e che porta all’evoluzione di embrioni normali, e potenzialmente di gravidanze normali.

Il trattamento sperimentale
La fecondazione a tre è un trattamento collegato all’alterazione dei mitocondri che causano malattie ereditarie, trasmesse dalla madre. Si parla di trasmissione materna perché, all’atto di formazione dello zigote, la nuova cellula da cui ha origine la formazione dell’embrione, tutti i mitocondri vengono ereditati dall’ovocita materno. Quindi tutti quelli che andranno a costituire le cellule dell’embrione prima, e dell’individuo poi, avranno origine materna. Perciò le alterazioni presenti all’origine si potranno manifestare anche nel nuovo individuo. Una risposta possibile a questo problema è rappresentata dal prelievo del dna dei due genitori dallo zigote appena formato, per trasferirli in una cellula uovo, priva di nucleo, di una donatrice che presenti mitocondri sani. Essi contengono una parte infinitesimale di dna, in grado però di evitare la trasmissione di malattie mitocondriali da madre a figlio.

I risultati dello studio
Lo studio di recente pubblicazione mostra come questa tecnica di trasferimento pronucleare è in grado di funzionare su ovociti umani sani, se viene applicata molto rapidamente – 8 ore dopo la fecondazione invece che 24 -. Se si rispettano i tempi, la tecnica contribuisce allo sviluppo dell’ovocita che, così fecondato, si evolve fino allo stadio di blastocisti senza far emergere anomalie, oppure, nell’80% dei casi, dna mitocondriale nel nuovo ovocita. I risultati, acquisiti in fase preclinica, mostrano come il trasferimento pronucleare precoce agisca a favore della riduzione del rischio di trasmissione delle malattie mitocondriali, anche se la tecnica va ancora ottimizzata, soprattutto per mantenere il cotrasferimento del dna mitcondriale il più basso possibile.

Il parere dell’esperto
Chiediamo al Dott. Scotto una riflessione sulle potenzialità di questo specifico trattamento.

“Lo studio di recente pubblicazione rappresenta un insieme di dati e risvolti medici e scientifici di grande rilevanza, in relazione alla tecnica di trasferimento pronucleare. Bisogna sottolineare che i risultati, sebbene preclinici, si sono rivelati incoraggianti, mostrando una via, ancora da approfondire ma ricca di potenzialità, per contrastare il rischio di trasmissione materna delle malattie mitocondriali”.


Ricerca, nuovo test per selezionare al meglio la cellula uovo

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iStock_000030708680_MediumSu un’importante rivista accademica, è stato pubblicato uno studio di ricerca che apre la strada allo sviluppo di test non invasivi mirati a identificare la cellula uovo con le migliori capacità di portare a termine una gravidanza dopo fecondazione.

La cellula uovo “comunica” con l’ambiente circostante

I ricercatori hanno dimostrato che la cellula uovo è in grado di comunicare con l’ambiente circostante e modificarlo grazie alla secrezione di molecole segnale. Nelle ore che precedono l’ovulazione, il pattern di secrezione della cellula uovo subisce un cambiamento radicale. Questo cambiamento è percepito dalle cellule circostanti, il cui apporto è essenziale per sostenere i successivi eventi di ovulazione e fecondazione.

Un test per scovare la cellula uovo ottimale

Quando la cellula uovo è sana e adeguatamente sviluppata, queste molecole segnale si accumulano velocemente nel fluido follicolare circostante e possono essere identificate mediante test che non danneggiano la cellula uovo stessa o il futuro embrione. È il caso per esempio della interleuchina 7, il cui accumulo è stato messo in relazione con l’abilità della cellula uovo di maturare ed essere fecondata. Sfruttando questa proprietà sarà possibile distinguere la cellula uovo con il pattern di secrezione ottimale, di conseguenza più adatta a sostenere lo sviluppo dell’embrione.

Il parere dell’esperto

Chiediamo al Dott. Scotto una riflessione su questa importante ricerca.

“La ricerca getta una nuova luce sulla rilevazione delle dinamiche cliniche che portano o meno al successo di un trattamento di fecondazione assistita. È importante mettere a punto lo sviluppo di screening non invasivi, per assicurare sistemi di procreazione medicalmente assistita più efficaci e sicuri per la salute delle donne e degli embrioni”.


Fecondazione assistita: una storia a lieto fine (2a parte)

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p1000136Qui inizia la seconda parte del mio viaggio, quella che ritengo la più dolorosa, perché costellata di momenti difficili. Paolo ed io abbiamo deciso di affidarci ad un percorso di fecondazione in vitro: anche facendo così, in ogni caso, sapevamo che le chance di concepire non erano alte. Lo dirò subito il mio percorso, essendo già di base condizionato da una situazione di partenza difficile, è stato pieno di difficoltà.

La prima volta che sono rimasta incinta, ho perso il mio bambino dopo poche settimane. Ho imparato da quell’esperienza il dolore della perdita ma anche la sensazione di “sentire” quella piccola, minuscola vita nella mia pancia, sentirla vivere, e sentirla andare via.

La seconda volta ho vissuto l’esperienza con maggiori speranze e quindi anche con maggiore delusione quando il debole battito cardiaco del mio bambino si è spento dentro di me. Alla fine, quando ho dovuto nuovamente rinunciare a questo sogno, ero sfinita, arrabbiata, senza forze. Ho comunque continuato sempre ad andare avanti, nonostante, in tutta onestà, dentro di me non sentivo più quella voce che, sempre più debolmente, mi spingeva ad andare avanti.

La terza volta è stata la peggiore. Era la decima settimana, ho tenuto nascosto a tutti il fatto che fossi rimasta incinta, a parte mio marito. Ero consumata dal rivivere ogni volta daccapo tutto il processo di guarigione sia fisico che psicologico.

Dopo il terzo aborto ho detto “basta, fermiamoci qui”. Non volevo e non potevo più andare avanti. Il mio fisico e il mio animo avevano bisogno di una pausa.

Per un anno mi sono curata, rimessa in forze, ho pensato a me stessa, al mio benessere. Ho iniziato a scrivere per liberare la mente. Ritrovare umore e benessere era un elemento essenziale affinché Paolo ed io potessimo nuovamente pensare ad un tentativo con la fecondazione in vitro., Dopo l’esperienza precedente sentivo di essere abbastanza disillusa da sottopormi ad un nuovo tentativo.

Non avevo validi motivi di speranza però volevo provarci, forse un’ultima volta. Quando ho scoperto di essere rimasta incinta mi è sembrato solo il primo passo: del resto era accaduto altre volte ed era sempre andata male. 

Sì mio figlio è nato, Renato, ce l’ha fatta, quando più nessuno attorno a noi, e forse noi per primi, credevamo che sarebbe stato possibile. E anche se è venuto al mondo un po’ prima di quanto necessario, quando lo guardiamo, forte e pieno di vita, vediamo in lui la fine di tutte le nostre battaglie e l’approdo felice della nostra vita.

 


Fecondazione assistita: un racconto a lieto fine (1a parte)

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p1000136Nessuno può capire cosa significhi rimanere incinta tre volte e per tre volte rinunciare a vedere il volto del tuo bambino. Perché quel bambino non verrà mai al mondo.

Mi chiamo Marianna, ho 32 anni, e da quando ero ragazza soffro di una malattia cronica, con la quale ho dovuto convivere per anni, gli anni più importanti della mia vita, sapendo che tutti quei sintomi dolorosi di cui soffrivo mi avrebbero portato sostanzialmente all’infertilità.

All’università, dove studiavo per realizzare il mio sogno di diventare ingegnere, ho dovuto fare i conti con la mia patologia per la prima volta. Ho avuto così tanti problemi di salute che è stato necessario operarmi. È stato nel periodo più difficile della mia vita, quando sono stata messa di fronte al fatto che, in futuro, sarebbe stato difficile per me mettere al mondo un bambino, tanto per vie naturali quanto con l’aiuto della fecondazione assistita, che ho capito che avrei sposato Paolo.

Lui faceva parte del mio gruppo di amici ma non avevamo mai approfondito la nostra conoscenza. Allora ero una ragazza un po’ solitaria, immersa nei miei sogni, chiusa nel mio mondo. Avevo difficoltà a parlare della mia condizione, solo i miei genitori sapevano e mi sostenevano, cercando di incoraggiarmi.

 È come un retaggio che vive nell’inconscio di ogni donna che viene al mondo e che poi, messo alla prova della storia individuale di ognuna di noi, viene di volta in volta messo in discussione, eroso, confermato, rinnegato.

Io naturalmente non sfuggivo a questo messaggio recondito ma, a differenza di altre donne, sapevo anche che per me la maternità sarebbe stata un’esperienza difficile da realizzare.

In quel periodo in ospedale, quando ormai tutto era chiaro, Paolo mi fu vicino con tenerezza e discrezione. Era il suo modo di dirmi che lui era lì per me, in quel momento, e che anche dopo sarebbe stato lì ad aspettarmi. E lo fece.

Dopo qualche anno di fidanzamento, tra uscite di gruppo e cene romantiche, abbiamo sentito il bisogno di trovare un nostro spazio: abbiamo acquistato una casa e progettato le nostre nozze, di lì a poco.

Sapevo che per noi sarebbe stato poco più di un miraggio riuscire ad allargare la nostra famiglia. Ma non sapevo ancora che, ad appena un anno dalle nozze, mi sarei trovata nuovamente in ospedale. Il mio problema infatti si è ripresentato, nella forma più grave. Ricordo le forze che mi vengono a mancare, mio marito che cerca di rimettermi in piedi. E gli occhi che si aprono in un letto di ospedale.

Una nuova operazione significava solo una cosa: ancora meno possibilità di poter rimanere incinta. Ricordo, una volta tornata a casa, la sensazione di trovarmi in una specie di limbo: il corpo sentiva dolore e la mente reagiva cercando di incamerare energia per la guarigione, eppure mi chiedevo: “guarirò ma non potrò mai diventare madre. Per quanto il mio corpo possa rimettersi in sesto, non sarà mai in grado di procreare”. Una sensazione pesante, che mi si appiccicava addosso, come un umore oscuro. Poi, come altre volte era già accaduto, la vita mi ha preso da sola per mano. Il fisico guarisce, la routine quotidiana prende il sopravvento, la mente si allena a spostarsi su “altri” pensieri. Paolo ed io, però, volevamo avere un figlio. [Continua…]


Mamma single: quando il desiderio di un figlio supera le difficoltà della vita (2a parte)

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mamma singleQuello che è successo prima è servito a portarmi qui. A 42 anni, in un’altra città, di un’altra nazione, in attesa di diventare madre. Perché quel percorso, quell’obiettivo che, mentre scendevo per l’ultima volta le scale di quella che era stata la mia casa da donna sposata, mi ero data da sola, io ho deciso di portarlo a completamento.

L’inizio non è stato facile. Superare i dubbi che un passo del genere portavano con sé, mentre sullo sfondo restavano le macerie del mio matrimonio. La mia determinazione, che ho finto di non vedere per troppi anni, e che invece mi bruciava dentro insieme con il desiderio di avere un bambino, mi ha portato a rompere il ghiaccio e a rivolgermi al mio medico per cercare di iniziare a capire quali erano le strade da percorrere per me.

Diventare una madre single significa tante cose: anzitutto sapere che dovrai affrontare tutto, ma proprio tutto, da sola. A cominciare dalla decisione, fino agli esami e alle visite mediche, per finire con i viaggi all’estero per realizzare il trattamento specialistico. Ma non solo. Devi affrontare la paura legata al fatto che sai che quel bambino che stai per mettere al mondo non avrà un padre e un giorno si farà delle domande. E che dovrai dargli il tuo cognome e passare oltre quando si tratterà dell’identità del padre. Anche le persone attorno a te, una volta che vedranno crescere la pancia, non si tireranno indietro dal curiosare. “Di chi è? Lo crescerai da sola?”. Sai, quindi, che, oltre agli aspetti più scontati, dovrai anche mettere un’armatura e, probabilmente, iniziare ad elaborare alcune versioni riguardo la tua gravidanza. Quella più vicina alla realtà per le persone più prossime, e una un po’ di fantasia, per colleghi e conoscenti. L’ultima cosa di cui ha bisogno una donna che sta per mettere al mondo un figlio da sola è sentirsi compatita, o peggio, giudicata. Quando la mente inizia a fare brutti scherzi e a crearmi agitazione, cerco di fermare l’agitazione respirando e dicendomi: “è la mia vita. Solo la mia. Non sono un’egoista, voglio solo mettere al mondo il mio bambino”.

Ho superato tutti questi dubbi, ci ho camminato in mezzo, come in una palude. Oggi sono qui, in questa stanza d’albergo, lontana dal mio Paese, in attesa di realizzare il trattamento dopo il quale spero di poter rimanere incinta e di diventare madre.

Una madre sola, di 42 anni, può suonare insolito, a qualcuno sembrerà sbagliato, altri approveranno la mia scelta. Semmai quel bambino dovesse arrivare tra le mie braccia, per essere davvero una buona madre, cercherò di non dimenticare da dove è iniziato il mio cammino.


Stimolazione ovarica: uno studio esplora la relazione con le caratteristiche del nascituro

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comment-administrer-ovitrelle-610x264Un recente studio, pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica di caratura internazionale, realizzato da un team di ricercatori di diverse nazioni, pone l’accento su un aspetto ancora scarsamente considerato in tema di fecondazione in vitro:  la relazione tra la risposta alla stimolazione ovarica della futura madre e le caratteristiche del bambino.

Lo studio è stato realizzato da un team di ricercatori che ha voluto accendere un faro su una correlazione ancora poso esplorata, contando sulla possibilità di analizzare migliaia di casi sulle tematiche della procreazione assistita.

I ricercatori sono giunti alla conclusione che l’eccessiva stimolazione ovarica aumenta il rischio di nascita prematura e, nelle neonate donne, di basso peso prenatale.

Oltre alle già note cause di complicanze sulla gravidanza, come ad esempio l’età della madre, l’infertilità  e la gravidanza multipla, lo studio mostra come la risposta ovarica eccessiva rappresenti un fattore di rischio indipendente che può incidere a favore di  nascita pretermine e basso peso alla nascita.

IL PARERE DELL’ESPERTO

Chiediamo al Dottor Scotto se  questa ricerca può facilitare l’ulteriore approfondimento di conoscenze mediche e scientifiche sul tema della fecondazione assistita.

“E’ molto importante che la ricerca scientifica sul tema non si fermi mai e continui sempre ad esplorare nuove interrelazioni e aspetti che ancora non sono stati evidenziati. Non dobbiamo avere paura di ciò che la ricerca può far venire a galla, anzi, è esattamente il contrario. Ogni nuovo dato che la ricerca è in grado di restituirci non può che contribuire al progresso. Questo è tanto più vero nel campo della fecondazione assistita. Nuova ricerca significa nuove conoscenze, e quindi più sicurezza, e più fiducia anche da parte delle coppie che ricorrono alla fecondazione assistita”.