Figli nati da eterologa: secondo una ricerca, la maggior parte vuole conoscere il donatore

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R600x__eterologaSecondo il sito Donor Siblings Registry, il 74% degli adolescenti che sanno di essere nati da un trattamento di fecondazione eterologa desidera incontrare il donatore, in particolare per poter entrare in contatto con le proprie origini biologiche. La ricerca è stata realizzata dal portale, nato con l’obiettivo di mettere in collegamento donatori e famiglie, analizzando migliaia di questionari pervenuti dai nati con fecondazione eterologa.

Il contatto con i fratelli biologici

La ricerca mette, inoltre, in evidenza anche il desiderio da parte degli intervistati di creare un contatto con i propri fratelli biologici. Il 90% dei figli con genitori eterosessuali (Het), e l’84% di quelli in coppie lesbiche, gay, bisessuali o transgender (Lgbt) vorrebbero conoscere eventuali fratelli o sorelle nati dallo stesso donatore o donatrice. Altri dati significativi: a 13 anni lo desidera il 38% dei figli di coppie Het, e ben il 74% dei figli di coppie Lgbt. Di quelli che tramite il web e ricerche genetiche sono riusciti a conoscere davvero fratelli e sorelle, il 38% ha descritto la relazione come realmente fraterna, il 18% come semplici conoscenti, il 12% come buoni amici, il 9 % come parenti stretti, l’8% come cugini.

Il parere dell’esperto

Chiediamo al Dottor Scotto una riflessione sul tema del rapporto tra il diritto alla riservatezza dei donatori e quello dei nati da eterologa a conoscere le proprie origini biologiche.

È evidente che si tratta di una tematica di enorme delicatezza che richiede grande sensibilità nell’approfondimento. Sono diversi gli aspetti che meritano una grande attenzione.
È assolutamente umano e comprensibile che, una volta appreso che si è nati da fecondazione eterologa, possa nascere il desiderio di risalire alle origini biologiche o addirittura di conoscere eventuali fratelli biologici. In Italia la privacy dei donatori è garantita dalla legge. Ovviamente l’aspetto emotivo e psicologico chiede altre risposte che la normativa al momento non è in grado di fornire. Sensibilità, delicatezza, discrezione e massima attenzione sono le uniche prescrizioni nell’approcciare a questa tematica”.


Donna,mamma e gay: chi dice che non si può? (2a parte)

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mamme gaySapevamo che sarebbe stato facile quanto scalare una montagna, probabilmente. Ma nella nostra vita le prove non sono mai mancate: arrivare anche solo a progettare la nascita di un bambino qualche anno prima ci avrebbe fatto sorridere come quando si ipotizza un progetto senza speranze di vedere la luce. Solo pochi anni dopo, però, questo progetto non era più qualcosa su cui ironizzare, ma un nuovo, importante e fondamentale obiettivo della relazione tra me e Roberta.

Una sera, di fronte a una cena che avevamo preparato insieme tra mille risate, ci siamo decise: il giorno dopo avremmo chiamato il nostro medico di fiducia per capire come intraprendere un percorso di riproduzione assistita che ci permettesse di mettere al mondo il nostro bambino.

Sapevamo che, in Italia, non avremmo potuto, in quanto donne non sposate, accedere a questi trattamenti, eravamo quindi già pronte a viaggi, trasferte e a sacrificarci per quel progetto.

Anche se non è stato facile, devo ammettere che molti dei dubbi legati a questa esperienza si sono sciolti dopo aver fatto il primo passo: cercare il numero in rubrica, chiamare il medico, spiegargli le nostre intenzioni. Il primo contatto con lui, l’avvio del nostro “progetto di vita”, la lista degli esami. La nota delle cose da fare: i biglietti aerei, l’albergo, l’appuntamento con una struttura specializzata che ci avrebbe seguito fuori dai confini. Un passo dopo l’altro, spuntati tutti questi compiti dalla nostra personale lista, ci sentivamo sempre più leggere. Sapevamo che tutti i sacrifici ci avrebbero portato, probabilmente, a stringere un bambino tra le braccia.

Dopo i primi esami, è emerso che sarei stata io a portare il grembo nostro figlio. Quanta gioia e quanta preoccupazione per me. Da piccola pensavo che non avrei mai avuto la possibilità di provare un’esperienza totalizzante e assoluta come la gravidanza. L’amore per Roberta ha cambiato tutto e mi ha permesso di mettere alle spalle anche questa convinzione.

Quando, alla fine del trattamento, ho scoperto di essere incinta dopo gli esami del sangue, ricordo che sia Roberta che io abbiamo pianto abbracciandoci.

Luigi è nato sedici mesi fa, ha molta fame e voglia di sorridere. Quando i nostri amici e parenti fanno domande, cercano di capire, di ottenere spiegazioni a loro comprensibili, noi li portiamo vicino alla sua culletta. Mentre dorme, muovendo le piccole dita impercettibilmente, lo guardiamo insieme respirare lentamente, e chiediamo loro: “vi sembra un bambino poco felice?”.


Donna,mamma e gay: chi dice che non si può? (1a parte)

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mamme gayPortare avanti e far crescere la mia storia con Roberta non è mai stato facile. Due ragazze, un paesino di provincia, due famiglie piuttosto chiuse sull’argomento. In partenza, non sembravano esserci gli elementi affinché le cose tra noi procedessero in modo positivo. All’inizio, infatti, ricordo che il sentimento che più ci dominava era la paura.

Eravamo spaventate e a volte anche morse dal senso di colpa: e se la nostra storia stesse facendo male alle persone a cui eravamo più legate? Se invece di dar vita a qualcosa di positivo, stavamo creando una catena di tensioni che non si sarebbe mai spezzata?

Eppure, come poteva essere vera una sensazione del genere?

Ci eravamo semplicemente innamorate. Io avevo poco più di trent’anni, e prima di lei ero già stata legata a lungo ad altre donne. Per lei, invece, era la prima volta. Roberta era sempre stata fidanzata con uomini, un altro fattore di choc per la sua famiglia.

Un nuovo lavoro per me in un’altra città è stata l’occasione perfetta per allontanarci da quel clima e cercare di capire insieme se la nostra storia, come noi credevamo, aveva gambe abbastanza forti per camminare a lungo.

Dopo 7 anni, dalla nostra casa insieme, dalla nostra vita in comune, consolidatasi passo dopo passo, mi guardo indietro e quell’inizio così difficile mi sembra solo il primo complicatissimo pezzo di percorso. Solo l’inizio, il resto è stata tutta un’altra storia.

Roberta ed io siamo andate a vivere insieme in una grande città, abbiamo acquistato una casa, trovato nuovi lavori e passioni, stretto amicizia con altre persone.

La nostra vita insieme è diventata lo scorrere naturale di ogni sfida quotidiana, affrontata fianco a fianco. Una coppia come tante, con le nostre abitudini, le nostre contrapposizioni e momenti di felicità.

Come tante altre coppie, perché non avremmo dovuto anche noi progettare la nascita di un bambino? Ci guardavamo e chi chiedevamo perché un bambino non avrebbe dovuto essere felice con noi, nella nostra casa, con le nostre cure e il nostro amore. Non c’era alcuna risposta convincente: il nostro rapporto era solido, ci saremmo probabilmente sposate, se avessimo potuto, persino le nostre famiglie, col tempo, con il dialogo, ha accettato la nostra relazione.

Perché non avremmo dovuto avere un bambino? Gli anni passavano e a quella domanda non trovavamo risposta. Potevamo averlo, avremmo dovuto averlo. Fu così che ci guardammo negli occhi e iniziammo il nostro progetto [Continua…]


Fecondazione eterologa: il punto di vista di un uomo (2a parte)

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yeeeeeNon sapevo davvero cosa aspettarmi, dentro di me una voce mi diceva che concepire un figlio in un modo così asettico non era realmente la stessa cosa che provavano gli altri uomini diventati genitori in modo naturale. Una parte di me si protendeva verso Manuela, per starle vicino, aiutarla e sostenere il nostro progetto familiare. Un’altra parte di me, però, era piena di dubbi, forse nemmeno comprendeva bene a cosa stessimo andando incontro.

In effetti a quella decisione sono seguiti anni dolorosi e difficili. Ben cinque, all’insegna di numerosi tentativi andati a vuoto. Sullo sfondo, vedevo Manuela salire su una vera e propria altalena emotiva: nella nostra vita, ogni volta che un tentativo non andava in porto, si alternavano, come in un folle miscuglio emotivo, ansia, gioia, speranza, ottimismo, delusione, pessimismo, di nuovo attesa, quando tutto ricominciava.

In cinque anni, abbiamo vissuto di tutto: cicli conclusi senza gravidanze, falsi allarme, un aborto alla dodicesima settimana.

Un giorno di questi cinque anni lo ricordo particolarmente bene. Di nuovo Manuela aveva saputo dai test sul sangue che non era rimasta incinta. Era estate, faceva caldo, la città iniziava a chiudere per ferie. Ci siamo guardati negli occhi e, senza parlare, ci siamo chiesti cosa fare, in maniera silenziosa ma complice. Gli anni ci avevano segnato, troppe speranze andate perse, troppa sofferenza che non si sa dove mettere, dove canalizzare. Decidemmo di non fare nulla, “andiamo in vacanza, al mare, ci rilasseremo e a settembre, al ritorno, decideremo cosa fare questa volta”. Così facemmo. Partimmo per una località di mare che entrambi amavamo, lasciammo il pensiero della sterilità in città, incatenato alle altre preoccupazioni, per cercare la leggerezza che non trovavamo più.

Quando a settembre tornammo, Manuela,a seguito di un ritardo provò, quasi per gioco a fare un test. Quando scoprì di essere incinta eravamo totalmente increduli. Dopo aver guardato e riguardato il test, scioccati come non mai, siamo rimasti in silenzio per un periodo che a me oggi sembra lunghissimo. Probabilmente furono solo pochi minuti. Aspettavamo un figlio, ed era arrivato all’improvviso. Dopo cinque anni di tentativi e sette anni di matrimonio.

Le sorprese per noi, però, non erano finite. Nel grembo di Manuela, infatti, non stava crescendo un solo bimbo, ma ben due. Le nostre gemelle, Irene e Ilaria, che dopo nove mesi sono venute al mondo, di fronte ai nostri occhi ancora pieni di stupore. Ancora oggi, quando le guardiamo crescere insieme, giorno dopo giorno, una vicina all’altra, ci sembra quasi di non riuscire a spiegarci come, alla fine, anche per noi sia arrivata la felicità che abbiamo così a lungo atteso.


Fecondazione eterologa: il punto di vista di un uomo (1a parte)

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yeeeeeHo realizzato quanto desideravo diventare padre quando, con mia moglie Manuela, abbiamo iniziato a provare ad avere un figlio, subito dopo le nozze e sono passati invano ben cinque anni.

Riavvolgo mentalmente il nastro della nostra storia e torno al punto di partenza.

Mi chiamo Giovanni e ho 39 anni. Da 7 anni sono sposato con Manuela. Ho sempre pensato che fossimo dei privilegiati: sono un professionista affermato, ho cercato di guadagnarmi una buona posizione sociale, di raggiungere i miei sogni e di ottenere le cose che volevo. O che credevo di volere. Belle auto, una casa elegante con vista panoramica, uno stile di vita agiato. Tutte cose che ho sognato di condividere con Manuela dal primo momento in cui l’ho incontrata. Avevamo entrambi 28 anni, lei si era laureata da poco e lavorava nell’azienda del padre, cosa che ha continuato a fare anche dopo le nostre nozze. Quando ci siamo conosciuti ho visto in lei la vitalità, il fascino, la simpatia che avevo sempre cercato. Sono riuscita a convincerla ad iniziare un progetto di vita insieme dopo pochi anni di fidanzamento. E così è iniziata la nostra vita insieme. Immersi in un contesto familiare felice, perché vivevamo vicini ai nostri genitori e fratelli, in una sorta di grande famiglia che si integrava benissimo nelle varie parti.

Tutto sembrava andare come avevamo sempre sperato: una moglie stupenda, un contesto familiare caloroso, un “nido” d’amore a nostra immagine e somiglianza. Nulla davvero sembrava mancarci. Anche la nostra festa di matrimonio era stata bellissima, con Manuela impegnata a pensare a piccoli pensieri affettuosi per tutti i nostri amici e parenti.

Poi un giorno, siamo sbattuti sul nostro personale scoglio e ci siamo incagliati.

Attorno a noi, piano piano, tutti gli amici nostri coetanei, sposati come noi da qualche anno, iniziavano ad allargare la famiglia. Prima una coppia, poi un’altra, poi un’altra ancora. Noi ci stavamo provando, era il passo successivo per completare quel quadro che a me appariva perfetto. Un bambino tutto nostro, il frutto di un’unione solida e di un progetto di vita all’insegna dell’amore.

Sì ci provavamo, ma ogni volta il test ci negava la gioia di poter diventare genitori. Ogni volta che non andava bene, che scoprivamo che Manuela non era incinta come speravamo, mi costringevo a guardare profondamente negli occhi di mia moglie, per percepire il dolore che cresceva, assieme alla preoccupazione e ai dubbi, alle domande. Domande che forse tutte le coppie che non riescono ad avere un figlio, all’inizio, si sentono in dovere di farsi. “Perché proprio a noi?”, “cosa c’è che non va?”, “forse non sono in grado?”. Tempo dopo ho realizzato che porsi tutte queste domande, con l’ansia a fare da sfondo, è una sorta di piccolo calvario personale al quale ci sentiamo di condannarci forse per alleviare un po’ la sensazione di angoscia.

È stata Manuela a spingere entrambi ad affrontare la situazione. “

Temevo infatti che fossi io la causa della nostra sterilità di coppia e che non sarei stato bravo, come avrebbe potuto esserlo mia moglie invece, ad affrontare la realtà. In realtà, ben presto ho dovuto dimostrare la mia capacità di reagire e di prendere di petto la situazione: la nostra incapacità di mettere al mondo un figlio, infatti, era dovuta ad un mio problema di salute che mai era emerso nella mia storia clinica.

Manuela aveva avuto ancora una volta ragione: se non fossimo andati a fondo e avessimo scoperto il mio problema, ci saremmo consumati per anni dietro un test di gravidanza che, inevitabilmente, avrebbe sempre frustrato le nostre attese e speranze con un risultato negativo.

I medici comunque ci lasciarono alcune speranze, qualora avessimo intrapreso il percorso a noi più adatto. Per questo motivo decidemmo di andare avanti e di provare con la fecondazione eterologa [Continua…]

 


Mamma single: quando il desiderio di un figlio supera le difficoltà della vita (1a parte)

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mamma singleSedici anni di matrimonio. Quarant’anni di età. Sembrano solo numeri, dati, sintesi brutali. Sono invece due spartiacque della mia vita.

Mi chiamo Alessandra, sono una traduttrice ed interprete. Poco prima che compissi quarant’anni, mio marito ed io abbiamo deciso di separare le nostre strade. La motivazione sembra semplice quanto brutale: lui non voleva avere figli. Ebbene sì, dopo ben sedici anni di vita in comune, di battaglie, sfide vinte e perse, di amore incondizionato, stanchezza, delusioni, gioie piccole e grandi. Un bel giorno, in salotto, alla fine di una giornata vuota ed estenuante come tante altre, che non sembrava portare con sé niente di speciale e nuovo, eccolo lì che me lo dice chiaramente, finalmente, una volta per tutte. “Sono deciso, non cambierò idea. Figli non ne voglio”.

Non era la prima volta che affrontavamo l’argomento e non era la prima volta che, nell’aria, sentivo incombere su di me questa decisione che mi appariva irrevocabile, rocciosa, come una sentenza.

Valerio ed io ci siamo conosciuti per motivi di lavoro: io ero stata assunta come interprete per un convegno e lui lavorava lì come tecnico del suono. Il convegno durava tre giorni, durante i quali facemmo amicizia e ci promettemmo di rivederci per una birra insieme. In realtà, appena finì il lavoro e rientrai nella routine di tutti i giorni, mi ritrovai letteralmente tempestata di sms e telefonate. Mi fece una corte sfrenata per mesi e dopo nemmeno un anno e mezzo di fidanzamento ci sposammo. Una festa di pomeriggio, in un chiostro, con i nostri amici più cari. Avevo 27 anni.

I nostri anni insieme, da marito e moglie, non sono mai stati facili. Pur legati da molti interessi, da amore e amicizia, è come se da subito tra noi si fosse creata un’aspettativa insoddisfatta sul tema “figli”: io che ero naturalmente e istintivamente sicura che prima o poi avremmo allargato la famiglia. Lui che, nei suoi silenzi, invece nascondeva dubbi, paure, esitazioni talvolta manifestate come stati d’animo del momento, attimi passeggeri. Così non ho mai voluto vedere né dare peso alla sua scarsa convinzione rispetto all’obiettivo di diventare padre. Sono andata avanti ciecamente pensando che, magari, prima o poi la natura avrebbe fatto scoccare la sua freccia e, trovandoci nella situazione, tutto si sarebbe sistemato. Ora mi rendo conto di aver sbagliato a non prendere di petto la situazione, affrontando mio marito a viso aperto. Allora, invece, avevo paura che arrivassimo a una rottura, ero terrorizzata dal fatto di rimanere da sola, senza di lui, di ricominciare da capo, dopo una separazione.

Il nastro oggi mi sembra andare avanti veloce, mentre sei, sette, otto anni passano come un giorno, fino al momento in cui mio marito mi dice che no, non tornerà indietro, che figli non ne avremo, che se sento il bisogno di diventare madre sarà un nodo che dovrò sciogliere da sola.

Sedici anni insieme messi in una scatola. Ho fatto le valigie e me ne sono andata. Sentirmi dire che lui non avrebbe mai voluto mettere al mondo un figlio con me, in quella maniera così brutale, non inaspettata, eppure ugualmente crudele, mi ha fatto improvvisamente trovare quella forza che non riuscivo a canalizzare, fino a quel momento. Sono stata travolta dalla rabbia, dall’adrenalina, dalla determinazione. Me ne sono andata, senza guardare più indietro, per non sentire il dolore di quella porta che si chiudeva dietro le mie spalle. Mentre me ne andavo,

Tutto sommato è così che inizia la mia storia.[Continua…]


Roberto: storia, a lieto fine, di un papà (1a parte)

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Mani di sposi con fediElena ed io ci siamo conosciuti all’ università. Entrambi appassionati di materie umanistiche, ma lei molto più brava di me: è riuscita a laurearsi senza andare fuori corso e con lode. Negli ultimi anni di università avevamo già deciso di andare a vivere insieme: anche se non avevamo grandi possibilità economiche era il nostro primo passo verso il progetto di una vita in comune. Progetto poi pienamente sbocciato qualche anno dopo: io sono stato assunto in un’azienda che si occupa di risorse umane e lei ha seguito la passione dell’insegnamento. Era arrivato il momento giusto per mettere su famiglia, sposarci, progettare una nuova casa. Un passo in avanti. Un passo alla volta.

Nuova casa nuovo quartiere, la responsabilità di vivere un legame importante come quello tra moglie e marito, le difficoltà di tutti i giorni. Ci siamo sempre sentiti una coppia fortunata, perché siamo riusciti in pochi anni a raggiungere quegli obiettivi che tante coppie hanno in mente, pur affrontando le difficoltà quotidiane, soprattutto economiche, che tante coppie si trovano a dover sopportare.

Non abbiamo pensato immediatamente ad ampliare la famiglia: in maniera naturale, i primi anni sono stati di assestamento della nostra relazione matrimoniale, felice e serena, dei nostri spazi di coppia, della nostra nuova dimensione domestica.

Dopo qualche anno, con la stessa spontaneità con cui abbiamo vissuto l’evoluzione del nostro rapporto, ci siamo trovati a desiderare un figlio. In entrambi era forte il convincimento che, così come avvenuto per tutte le tappe precedenti, saremmo arrivati a mettere al mondo un bambino serenamente, senza strappi.

Dopo il primo anno e mezzo di tentativi andati a vuoto, si sono insinuati tra noi dubbi e nervosismo. Quando si arriva al punto in cui ci si chiede concretamente se come coppia si sia o meno in grado di mettere al mondo un’altra vita è arrivato il momento di indagare a fondo, intraprendere un percorso di analisi adeguato, senza consumarsi tra dubbi, ansie e paure. Noi stessi siamo passati, anche se per poco, per quella china di angoscia.

Ci siamo rivolti alla ginecologa di fiducia di Elena che ci ha indirizzato verso uno specialista con l’aiuto del quale abbiamo intrapreso un percorso di analisi. Prima le analisi di routine, che però non sono state sufficienti ad individuare il nostro apparente problema di sterilità di coppia, seguiti da analisi di secondo livello, un elenco di esami specifici per me e per Elena… TO BE CONTINUED


Fecondazione eterologa: subito il regolamento, poi il dibattito su bioetica

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Fecondazione eterologa bioeticaIl dibattito sulla fecondazione eterologa continua ad essere aperto. A tenere banco, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che, di fatto, annulla il divieto a praticare questa tecnica di fecondazione, i tempi e le modalità con cui i centri italiani possono iniziare ad operare. Ad intervenire, questa volta, è Emilia Grazia De Biasi, presidente della commissione Igiene e Sanità del Senato. Anche per lei, infatti, non ci troviamo di fronte ad un vuoto normativo e, quindi, è fondamentale che il ministro per la Salute, Beatrice Lorenzin, emani le linee guida nazionali

QUESTIONI BIOETICHE.
Secondo la senatrice De Biasi gli unici aspetti sui quali il Parlamento deve esprimersi sono quelli bioetici come la fecondazione eterologa per single o per coppie gay, diverso il discorso per quel che riguarda gli aspetti tecnici, per il quali è sufficiente un semplice regolamento per fissare gli standard di sicurezza nazionali. D’altra parte, la stessa legge 40 prevede un aggiornamento triennale delle linee guida. Sempre secondo la De Biasi, quindi, occorre da parte del ministro una assunzione di responsabilità e di coraggio.

I TEMPI.
Se per il regolamento basta un semplice atto, diverso è il discorso per quel che riguarda il passaggio in Parlamento. La stessa senatrice De Biasi parla di almeno dieci mesi per poter affrontare tutti gli aspetti etici della fecondazione eterologa.
“Non è possibile continuare ad allungare i tempi ulteriormente, bisogna agire in fretta soprattutto nel rispetto delle tante coppie che, da tempo, attendono risposte e sperano di poter accedere alla fecondazione eterologa senza dover affrontare anche lunghe e dispendiose trasferte”, dice il dottor Antonio Scotto, direttore del Centro per lo studio e la terapia dell’infertilità di coppia. “E’ estremamente importante che anche le Regioni abbiano approvato le loro linee guida all’unanimità, ma ora occorre un segnale anche dal Governo, d’altra parte anche in Italia i tempi sono maturi per poter procedere con la fecondazione eterologa nel pieno rispetto sia della sentenza della Consulta, sia del diritto delle coppie con problemi di sterilità a diventare genitori”.


Fecondazione Eterologa: le regioni approvano le linee guida

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Fecondazione eterologa - Linee GuidaLa Conferenza delle Regioni ha approvato all’unanimità le linee guida delle Regioni sulla fecondazione eterologa. Il documento è stato condiviso anche dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin.

Il Parlamento, ora, dovrà legiferare per inserire la fecondazione eterologa nei Livelli essenziali di assistenza. Nel frattempo, però, in attesa della legge che dovrà regolamentare la questione economica, le Regioni potranno procedere all’autorizzazione dei centri.

DONAZIONE ANONIMA
Eliminato, nel testo approvato dalle Regioni il passaggio relativo alla possibilità di conoscere l’identità del donatore una volta compiuti i 25 anni. La donazione, infatti, deve essere anonima. Allo stesso modo i donatori non potranno conoscere l’identità del bimbo nato con la fecondazione eterologa. I dati clinici dei donatori potranno essere resi noti al personale sanitario solo in casi straordinari e per eventuali problemi medici.

DONATRICI VOLONTARIE
Per la fecondazione eterologa sono ammesse le donatrici volontarie di ovociti che, però, saranno precedentemente informate sui rischi che la pratica comporta. I donatori, inoltre, possono revocare in qualsiasi momento il consenso per l’ulteriore impiego di gameti.

DONAZIONE GRATUITA
Non è prevista alcuna forma di retribuzione economica per chi sceglie di donare i propri gameti. Tuttavia, saranno previste forme di incentivazione, purché non siano economiche, analogamente con quanto previsto per la donazione di altre cellule, organi o tessuti. Nel documenti si precisa anche che ai donatori con rapporto di lavoro dipendente si applicano le disposizioni previste dalla normativa vigente in materia di attività trasfusionali e di trapianto di midollo. Ossia, potrebbe essere previsto un rimborso per le spese sostenute o per le giornate lavorative perse. L’importazione e l’esportazione di gameti, acquisiti esclusivamente a titolo gratuito, sono consentite, infine, rispettivamente, solo da e verso istituti di tessuti accreditati ai sensi della normativa europea vigente in materia.

A FIRENZE SI COMINCIA
Intanto, nell’ospedale di Careggi, sono iniziati i primi incontri per le coppie che desiderano intraprendere la fecondazione eterologa. La Toscana, infatti, è stata la prima Regione ad approvare una delibera sui criteri tecnici per l’eterologa e il primo intervento di fecondazione con questa tecnica potrebbe essere effettuato entro due mesi. Al momento, però, le liste di attesa per le procedure di accesso alla fecondazione eterologa sono piene fino al mese di marzo 2015 anche a causa di richieste arrivate da tutta Italia. “Le linee guida varate dalla Conferenza delle Regioni sono un atto importante, ma ora è quanto mai importante che si proceda con le autorizzazioni in tutta Italia” ha dichiarato il dottor. Antonio Scotto, direttore del Centro per lo studio e la terapia dell’infertilità di coppia. “Sono tantissime le coppie che attendono queste disposizioni per poter accedere al diritto sacrosanto di provare la strada dell’eterologa per diventare genitori e, dopo la decisione della Consulta, per loro è arrivata la speranza di poter usufruire di questa pratica nel proprio Paese. È arrivato il momento di colmare il vuoto di questi dieci anni”, conclude.


Fecondazione Eterologa: l’assenza di norme non è un ostacolo.

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Fecondazione eterologaNon c’è alcun vuoto normativo che impedisca di accedere alla fecondazione eterologa. È questa la decisione del Tribunale di Bologna che, accogliendo i ricorsi di due coppie, presentati prima della sentenza della Consulta che, ha stabilito che si può procedere con le terapie in base alle regole della medicina e alla legislazione sanitaria vigente.

ACCOGLIMENTO SCONTATO.
Alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, che ha fatto cadere il divieto di fecondazione eterologa e che ha cambiato il quadro di riferimento, era scontato che il giudice del tribunale di Bologna accogliesse i ricorsi. Quello che, però, è di rilievo sono le indicazioni con cui, nell’ordinanza, si motiva la decisione del provvedimento: non esiste alcun vuoto normativo e la Consulta non ha rinviato al legislatore il compito di introdurre apposite disposizioni tese ad eliminare delle lacune.

NESSUNA NUOVA LEGGE.
Insomma, secondo il Tribunale di Bologna non serve una nuova legge, ma al massimo un decreto ministeriale di aggiornamento delle linee guida su aspetti come il numero delle donazioni o il rispetto dell’anonimato del donatore. Decreto che, però, non impedisce di procedere con la terapia. “Ben vengano tutti i provvedimenti tesi a contribuire al miglioramento delle procedure, ma l’aggiornamento delle linee guida e i decreti ministeriali attuativi non credo debbano diventare il pretesto per temporeggiare di fronte a una sentenza della Corte Costituzionale”, dice il dottor Antonio Scotto, direttore del Centro per lo studio e la terapia dell’infertilità di coppia.