Fertilità: uomini, l’orologio biologico esiste anche per voi

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gWm8LMfFTBwL’orologio biologico esiste non solo per le donne. Anche gli uomini, infatti, sono soggetti al ticchettio inesorabile del tempo, con effetti sulla loro capacità di procreare. In pratica, più l’uomo invecchia, più rischia di essere sempre meno “fertile”. Maggiore è anche il pericolo di aborto dopo il ricorso alla procreazione medicalmente assistita.

Fertilità maschile e tempo: un aspetto da approfondire

Secondo gli studi più recenti, sappiamo che le cause di infertilità sono al 50% femminili, al 30% maschili e al 20% di coppia. Quindi l’uomo è coinvolto nella metà dei casi. Far emergere in ambito medico-scientifico il dato secondo cui l’orologio biologico interessa anche l’uomo, seppure in maniera diversa dalla sfera femminile, è un aspetto potenzialmente ricco di futuri sviluppi, anche sul tema della procreazione assistita.


L’incidenza sulla fertilità e sulla procreazione assistita

L’uomo non va in menopausa, come succede alle donne ma, proprio come loro, è soggetto ad un processo di invecchiamento dei gameti e dunque del suo materiale genetico. Uno spermatozoo di un quarantenne ha materiale genetico più vecchio e danneggiato di un trentenne. Questo può condizionare negativamente anche l’esito delle tecniche di fecondazione assistita. Secondo uno studio oggetto di confronto tra ricercatori e medici, nelle donne tra i 30 e i 34 anni il rischio aborto aumenta se l’uomo ha più di 40 anni. Inoltre, secondo gli studi, in una coppia con maschio giovane e donna più matura, prevalendo il fattore femminile, l’eventuale aborto è legato alla partner. In caso di aspiranti genitori entrambi di età avanzata, invece, il pericolo di aborto è come se, in un certo senso, si amplificasse.

Il parere dell’esperto

Chiediamo al Dottor Scotto quali scenari si aprono con l’emergere della correlazione tra invecchiamento biologico maschile e diminuzione della fertilità.

I dati di recente diffusione dimostrano che esiste un legame tra l’avanzare del tempo e la diminuzione della capacità di procreare di cui l’uomo subisce gli effetti, come succede per le donne, anche se in maniera diversa. Questo deve portarci ad approfondire ulteriormente i possibili percorsi necessari al trattamento di questa problematica. A partire dalla prevenzione di malattie che accelerano il decadimento dell’organismo, come l’obesità e il diabete, che incidono negativamente anche sui livelli di fertilità”.


Donna,mamma e gay: chi dice che non si può? (2a parte)

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mamme gaySapevamo che sarebbe stato facile quanto scalare una montagna, probabilmente. Ma nella nostra vita le prove non sono mai mancate: arrivare anche solo a progettare la nascita di un bambino qualche anno prima ci avrebbe fatto sorridere come quando si ipotizza un progetto senza speranze di vedere la luce. Solo pochi anni dopo, però, questo progetto non era più qualcosa su cui ironizzare, ma un nuovo, importante e fondamentale obiettivo della relazione tra me e Roberta.

Una sera, di fronte a una cena che avevamo preparato insieme tra mille risate, ci siamo decise: il giorno dopo avremmo chiamato il nostro medico di fiducia per capire come intraprendere un percorso di riproduzione assistita che ci permettesse di mettere al mondo il nostro bambino.

Sapevamo che, in Italia, non avremmo potuto, in quanto donne non sposate, accedere a questi trattamenti, eravamo quindi già pronte a viaggi, trasferte e a sacrificarci per quel progetto.

Anche se non è stato facile, devo ammettere che molti dei dubbi legati a questa esperienza si sono sciolti dopo aver fatto il primo passo: cercare il numero in rubrica, chiamare il medico, spiegargli le nostre intenzioni. Il primo contatto con lui, l’avvio del nostro “progetto di vita”, la lista degli esami. La nota delle cose da fare: i biglietti aerei, l’albergo, l’appuntamento con una struttura specializzata che ci avrebbe seguito fuori dai confini. Un passo dopo l’altro, spuntati tutti questi compiti dalla nostra personale lista, ci sentivamo sempre più leggere. Sapevamo che tutti i sacrifici ci avrebbero portato, probabilmente, a stringere un bambino tra le braccia.

Dopo i primi esami, è emerso che sarei stata io a portare il grembo nostro figlio. Quanta gioia e quanta preoccupazione per me. Da piccola pensavo che non avrei mai avuto la possibilità di provare un’esperienza totalizzante e assoluta come la gravidanza. L’amore per Roberta ha cambiato tutto e mi ha permesso di mettere alle spalle anche questa convinzione.

Quando, alla fine del trattamento, ho scoperto di essere incinta dopo gli esami del sangue, ricordo che sia Roberta che io abbiamo pianto abbracciandoci.

Luigi è nato sedici mesi fa, ha molta fame e voglia di sorridere. Quando i nostri amici e parenti fanno domande, cercano di capire, di ottenere spiegazioni a loro comprensibili, noi li portiamo vicino alla sua culletta. Mentre dorme, muovendo le piccole dita impercettibilmente, lo guardiamo insieme respirare lentamente, e chiediamo loro: “vi sembra un bambino poco felice?”.


Donna,mamma e gay: chi dice che non si può? (1a parte)

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mamme gayPortare avanti e far crescere la mia storia con Roberta non è mai stato facile. Due ragazze, un paesino di provincia, due famiglie piuttosto chiuse sull’argomento. In partenza, non sembravano esserci gli elementi affinché le cose tra noi procedessero in modo positivo. All’inizio, infatti, ricordo che il sentimento che più ci dominava era la paura.

Eravamo spaventate e a volte anche morse dal senso di colpa: e se la nostra storia stesse facendo male alle persone a cui eravamo più legate? Se invece di dar vita a qualcosa di positivo, stavamo creando una catena di tensioni che non si sarebbe mai spezzata?

Eppure, come poteva essere vera una sensazione del genere?

Ci eravamo semplicemente innamorate. Io avevo poco più di trent’anni, e prima di lei ero già stata legata a lungo ad altre donne. Per lei, invece, era la prima volta. Roberta era sempre stata fidanzata con uomini, un altro fattore di choc per la sua famiglia.

Un nuovo lavoro per me in un’altra città è stata l’occasione perfetta per allontanarci da quel clima e cercare di capire insieme se la nostra storia, come noi credevamo, aveva gambe abbastanza forti per camminare a lungo.

Dopo 7 anni, dalla nostra casa insieme, dalla nostra vita in comune, consolidatasi passo dopo passo, mi guardo indietro e quell’inizio così difficile mi sembra solo il primo complicatissimo pezzo di percorso. Solo l’inizio, il resto è stata tutta un’altra storia.

Roberta ed io siamo andate a vivere insieme in una grande città, abbiamo acquistato una casa, trovato nuovi lavori e passioni, stretto amicizia con altre persone.

La nostra vita insieme è diventata lo scorrere naturale di ogni sfida quotidiana, affrontata fianco a fianco. Una coppia come tante, con le nostre abitudini, le nostre contrapposizioni e momenti di felicità.

Come tante altre coppie, perché non avremmo dovuto anche noi progettare la nascita di un bambino? Ci guardavamo e chi chiedevamo perché un bambino non avrebbe dovuto essere felice con noi, nella nostra casa, con le nostre cure e il nostro amore. Non c’era alcuna risposta convincente: il nostro rapporto era solido, ci saremmo probabilmente sposate, se avessimo potuto, persino le nostre famiglie, col tempo, con il dialogo, ha accettato la nostra relazione.

Perché non avremmo dovuto avere un bambino? Gli anni passavano e a quella domanda non trovavamo risposta. Potevamo averlo, avremmo dovuto averlo. Fu così che ci guardammo negli occhi e iniziammo il nostro progetto [Continua…]