Donna,mamma e gay: chi dice che non si può? (2a parte)

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mamme gaySapevamo che sarebbe stato facile quanto scalare una montagna, probabilmente. Ma nella nostra vita le prove non sono mai mancate: arrivare anche solo a progettare la nascita di un bambino qualche anno prima ci avrebbe fatto sorridere come quando si ipotizza un progetto senza speranze di vedere la luce. Solo pochi anni dopo, però, questo progetto non era più qualcosa su cui ironizzare, ma un nuovo, importante e fondamentale obiettivo della relazione tra me e Roberta.

Una sera, di fronte a una cena che avevamo preparato insieme tra mille risate, ci siamo decise: il giorno dopo avremmo chiamato il nostro medico di fiducia per capire come intraprendere un percorso di riproduzione assistita che ci permettesse di mettere al mondo il nostro bambino.

Sapevamo che, in Italia, non avremmo potuto, in quanto donne non sposate, accedere a questi trattamenti, eravamo quindi già pronte a viaggi, trasferte e a sacrificarci per quel progetto.

Anche se non è stato facile, devo ammettere che molti dei dubbi legati a questa esperienza si sono sciolti dopo aver fatto il primo passo: cercare il numero in rubrica, chiamare il medico, spiegargli le nostre intenzioni. Il primo contatto con lui, l’avvio del nostro “progetto di vita”, la lista degli esami. La nota delle cose da fare: i biglietti aerei, l’albergo, l’appuntamento con una struttura specializzata che ci avrebbe seguito fuori dai confini. Un passo dopo l’altro, spuntati tutti questi compiti dalla nostra personale lista, ci sentivamo sempre più leggere. Sapevamo che tutti i sacrifici ci avrebbero portato, probabilmente, a stringere un bambino tra le braccia.

Dopo i primi esami, è emerso che sarei stata io a portare il grembo nostro figlio. Quanta gioia e quanta preoccupazione per me. Da piccola pensavo che non avrei mai avuto la possibilità di provare un’esperienza totalizzante e assoluta come la gravidanza. L’amore per Roberta ha cambiato tutto e mi ha permesso di mettere alle spalle anche questa convinzione.

Quando, alla fine del trattamento, ho scoperto di essere incinta dopo gli esami del sangue, ricordo che sia Roberta che io abbiamo pianto abbracciandoci.

Luigi è nato sedici mesi fa, ha molta fame e voglia di sorridere. Quando i nostri amici e parenti fanno domande, cercano di capire, di ottenere spiegazioni a loro comprensibili, noi li portiamo vicino alla sua culletta. Mentre dorme, muovendo le piccole dita impercettibilmente, lo guardiamo insieme respirare lentamente, e chiediamo loro: “vi sembra un bambino poco felice?”.


Donna,mamma e gay: chi dice che non si può? (1a parte)

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mamme gayPortare avanti e far crescere la mia storia con Roberta non è mai stato facile. Due ragazze, un paesino di provincia, due famiglie piuttosto chiuse sull’argomento. In partenza, non sembravano esserci gli elementi affinché le cose tra noi procedessero in modo positivo. All’inizio, infatti, ricordo che il sentimento che più ci dominava era la paura.

Eravamo spaventate e a volte anche morse dal senso di colpa: e se la nostra storia stesse facendo male alle persone a cui eravamo più legate? Se invece di dar vita a qualcosa di positivo, stavamo creando una catena di tensioni che non si sarebbe mai spezzata?

Eppure, come poteva essere vera una sensazione del genere?

Ci eravamo semplicemente innamorate. Io avevo poco più di trent’anni, e prima di lei ero già stata legata a lungo ad altre donne. Per lei, invece, era la prima volta. Roberta era sempre stata fidanzata con uomini, un altro fattore di choc per la sua famiglia.

Un nuovo lavoro per me in un’altra città è stata l’occasione perfetta per allontanarci da quel clima e cercare di capire insieme se la nostra storia, come noi credevamo, aveva gambe abbastanza forti per camminare a lungo.

Dopo 7 anni, dalla nostra casa insieme, dalla nostra vita in comune, consolidatasi passo dopo passo, mi guardo indietro e quell’inizio così difficile mi sembra solo il primo complicatissimo pezzo di percorso. Solo l’inizio, il resto è stata tutta un’altra storia.

Roberta ed io siamo andate a vivere insieme in una grande città, abbiamo acquistato una casa, trovato nuovi lavori e passioni, stretto amicizia con altre persone.

La nostra vita insieme è diventata lo scorrere naturale di ogni sfida quotidiana, affrontata fianco a fianco. Una coppia come tante, con le nostre abitudini, le nostre contrapposizioni e momenti di felicità.

Come tante altre coppie, perché non avremmo dovuto anche noi progettare la nascita di un bambino? Ci guardavamo e chi chiedevamo perché un bambino non avrebbe dovuto essere felice con noi, nella nostra casa, con le nostre cure e il nostro amore. Non c’era alcuna risposta convincente: il nostro rapporto era solido, ci saremmo probabilmente sposate, se avessimo potuto, persino le nostre famiglie, col tempo, con il dialogo, ha accettato la nostra relazione.

Perché non avremmo dovuto avere un bambino? Gli anni passavano e a quella domanda non trovavamo risposta. Potevamo averlo, avremmo dovuto averlo. Fu così che ci guardammo negli occhi e iniziammo il nostro progetto [Continua…]


Desiderare un secondo figlio: storia di una mamma e delle sue speranze (2a parte)

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Madre-e-figliaFelici e assestati, insieme a Clara, una bambina dolce e buona ma anche piena di energia, abbiamo iniziato ad avvicinarci all’idea di un altro figlio. La prima volta, contro ogni mia aspettativa, il percorso di fecondazione era andato a buon fine senza grandi difficoltà, per questo motivo si stava facendo strada in noi l’idea di intraprendere nuovamente quel cammino per avere un  secondo bambino. Un’idea che, sin da quando ho scoperto di essere incinta, non mi ha mai abbandonato: pensavo “abbiamo congelato gli embrioni e quegli embrioni sono stati fortunati, potrebbe rifunzionare”.Era chiaramente un’idea emotiva e romantica, senza nessuna validità medica e scientifica, ma talvolta anche questo tipo di autosuggestione può aiutare a tenere la barra dritta e a sentirsi motivati ad affrontare nuove sfide. Per me almeno è stato così.

Quando abbiamo deciso di andare a “riprendere” dal loro congelamento quegli embrioni per tentare di avere un secondo figlio, una parte di me sognava che in quegli embrioni fosse contenuto quel pizzico di magia e buona sorte che mi aveva permesso di mettere al mondo Clara.

Così abbiamo ricominciato, sognando un fratellino per Clara. A oggi purtroppo ancora non ci siamo riusciti: il primo ciclo non è andato a buon fine, non sono rimasta incinta e siamo ancora nel mezzo di un percorso incerto. Delusione, tensione, malumore. Sicuramente non è stato facile stavolta. Eppure, questo ancora non ci ha fermato: continuiamo a credere che un giorno daremo un fratello o una sorella a Clara, almeno fino a quando ci sarà la speranza che questo possa realizzarsi. Sarà meno semplice di quanto avvenuto la prima volta ma, alla fine del percorso, vedremo dove ci avrà portato e accetteremo serenamente le risposte che la vita ci darà come famiglia e come coppia.


Desiderare un secondo figlio: storia di una mamma e delle sue speranze (1a parte)

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Madre-e-figliaQuando abbiamo deciso di avere un altro bambino, Clara era nata da quattro anni. La nostra prima figlia, desiderata in un modo che è impossibile da descrivere per intensità e forza.

Leonardo ed io eravamo sposati da sei anni e da sei anni non riuscivamo ad avere figli. Come tante altre donne, mi sono trovata bloccata in quella situazione di spaesamento in cui desideri più di ogni altra cosa di riuscire a diventare madre, allargare la famiglia e cominciare un progetto di vita insieme al tuo compagno. Dall’altra, però, era evidente, ogni giorno di più, che per vie naturali il nostro bambino non arrivava e avremmo avuto bisogno presto di una mano e di affrontare insieme il problema.Entrambi desideravamo avere un figlio e, siccome non ci riuscivamo, abbiamo deciso di rivolgerci ai medici e di ricorrere alla fecondazione assistita.

La maternità è un’esperienza con tante luci e anche tanti momenti difficili di per sé. È un percorso totalizzante che mette a nudo il potere, l’energia, la fragilità di una donna. Diventare madre attraverso un percorso di fecondazione assistita a questo aggiunge ulteriori sfide: stress, ansia, incertezza, sbalzi di umore. Un grande investimento in ottimismo e fiducia, perché non sai se alla fine per te andrà bene o no e, al termine di un percorso lungo e talvolta complesso, potrai stringere o meno tra le braccia il tuo bambino.

Ho iniziato il percorso di fecondazione assistita onestamente piena di ansie: non ero particolarmente tranquilla, mi sentivo scioccamente sotto esame, pensavo “e se fossi ‘guasta’, se avessi qualcosa che alla fine non mi consentirà di diventare madre?”. Mi sono sentita fragile ed umana. E, come spesso accade nella vita, la risposta a tutte le mie domande l’ho trovata nella vita stessa e nei suoi accadimenti.
Alla fine del primo ciclo di fecondazione assistita, abbiamo scoperto di aspettare Clara. Ero incredula, ce l’avevamo fatta. Abbiamo deciso di procedere al congelamento degli embrioni in eccesso: le buone notizie e l’ottimismo forse aiutano a generare nuove situazioni positive, lasciando correre le cose nella loro direzione [Continua…]


Sonia e Carlo: la forza di una coppia e la speranza di un lieto fine

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innamoratiMi chiamo Sonia e da pochi giorni ho compiuto 40 anni. Ho conosciuto Carlo in età matura, quando le mie amiche erano in quella fase della vita in cui il progetto di una famiglia è già da tempo in piedi: alcune prossime al matrimonio, altre a breve sarebbero diventate madri.
Avevo 33 anni quando ho incontrato il mio futuro marito: una parte di me aveva rinunciato alla possibilità di progettare un matrimonio e dei figli. Non per una questione anagrafica, ma per una serie di delusioni che mi avevano fatto pensare che non sarei mai stata in grado di metabolizzare una nuova relazione importante e addirittura un futuro insieme ad un uomo, ancora una volta. Invece quando ho conosciuto Carlo per la prima volta mi sono sentita in una relazione che evolveva con naturalezza e semplicità, senza strappi. Mi sono convinta che stavamo davvero costruendo qualcosa di importante assieme e, mentre in me cresceva questa consapevolezza, abbiamo iniziato un cammino comune sempre più solido, fino al giorno in cui abbiamo deciso che, sì, ci saremmo sposati, perché desideravamo un figlio, non c’era poi più molto su cui riflettere.

A 36 anni, impugnato il mio bouquet, messa al dito la fede nuziale, ho iniziato un percorso di vita matrimoniale sereno ed entusiasta: il fatto di aver preso questa decisione in età pienamente adulta e dopo una serie di esperienze negative, mi ha portato ad avere una buona consapevolezza delle difficoltà e delle gioie della vita matrimoniale.

Nonostante avessi messo in conto i momenti difficili e lo stress della quotidianità, ma anche l’assestamento di una vita insieme ad un’altra persona dopo aver vissuto tutta la vita da sola, ho immediatamente desiderato un figlio con Carlo.

Sapevo che, dopo i 35 anni, avrei potuto avere qualche difficoltà a rimanere incinta e infatti è stato così ma non per una questione anagrafica. Dopo due anni di tentativi, infatti abbiamo deciso, data anche la nostra età, di andare a fondo e cercare di capire la natura delle nostre difficoltà di concepimento. Nel caso di Carlo, il suo quadro clinico è risultato del tutto nella norma. Nel mio caso, invece, gli esami hanno portato alla luce che una malattia cronica di cui soffrivo sin da bambina aveva inciso pesantemente sulla mia possibilità di avere un figlio, una cosa di cui ho avuto consapevolezza solo dopo una serie di analisi approfondite. A 39 anni, conscia delle enormi difficoltà che avrei dovuto attraversare, mi sono chiesta: “ne vale davvero la pena? Per un tentativo che ha poche possibilità di riuscita?”. Eppure mio marito, nel momento più difficile, mi ha preso la mano e mi ha detto: “proviamoci”. E così, con tanta speranza ma cosciente delle difficoltà, legate alle mie condizioni di partenza e all’età, abbiamo iniziato il percorso di fecondazione assistita. Il corpo e la mente sono sottoposti a stress ed è una grande prova da affrontare per due persone che si amano. Nel mio caso, ho iniziato questo percorso pur sapendo che non avrei avuto molte chance di riuscita. Tuttavia, impegnare me stessa, i miei sentimenti, le mie speranze, in questo cammino faticoso mi ha fatto capire quanto io sia pronta a rischiare per amore della mia famiglia, di quella che sogno, e del figlio che desidero stringere tra le braccia. Do valore ad ogni sacrificio fatto, anche se questo non dovesse portarmi a concepire. Per questo, quando il primo ciclo di fivet si è concluso senza che io rimanessi incinta, ho sentito dentro di me, guardando negli occhi mio marito e ascoltando l’incoraggiamento del mio medico, la forza per un ulteriore tentativo.

Ad oggi, ancora non sono riuscita a diventare madre e so che a 40 anni non sarà facile però, sono una donna che ha ancora dentro di sé la speranza: grazie a questo percorso, difficile e stressante, ho scoperto la mia forza e ho avuto conferma della solidità del mio matrimonio. Semmai un giorno quel figlio desiderato dovesse arrivare, troverà una famiglia unita e una madre piena di energia e sogni.