Elena ha 39 anni, e finalmente anni ha acquistato la speranza di diventare mamma (1a parte)

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Schermata 2015-09-07 alle 16.38.27Fin da ragazza, a causa di una patologia comparsa all’alba della mia adolescenza, avevo subito una vera e propria condanna. Mi ero sentita dire talmente tante volte la frase “sarà quasi impossibile che un giorno tu diventi madre”, che ormai, a volte, me lo ripetevo da sola.

Mi chiamo Elena, ho 39 anni, sono una libera professionista. Spero che la mia storia possa parlare a chi si è trovato o si trova tutt’ora in una situazione non lontana da quanto sto per raccontare.

“Non sarò mai madre”, giorno dopo giorno, la mia adolescenza, gli anni che si presumono più lievi e spensierati, pur abbastanza felici, grazie al supporto della mia famiglia, passavano così, con questo manto di sfiducia che la mia condizione pareva imporre su di me e sulle persone a me care.

Ho convissuto tutta la vita con una patologia che, ogni giorno, non mancava, tra disagi e difficoltà, di ricordarmi quanto sarebbe stato difficile per me mettere al mondo un figlio.

Mi sono allontanata dai pensieri negativi sul mio futuro quando ho conosciuto mio marito. Avevo 25 anni, Carlo qualche anno in più. Avevamo qualche amico in comune, ci siamo intravisti qualche volta in quelle serate di locali troppo affollati per parlare e conoscersi. I miei amici lo descrivevano come una specie di playboy incallito, uno che cambiava fidanzate con particolare rapidità. Questo aspetto non mi ha intimorito, sentivo un legame tra noi, qualcosa di alchemico. Ben presto sono diventata tutto per lui, e lui tutto per me. Il playboy non c’era più: si è trasformato in poco tempo in un compagno devoto, presente, amorevole. Ho conosciuto la sua famiglia, sono stata accolta prima come un’ospite importante, da trattare con i guanti bianchi, poi sempre più come un nuovo membro della famiglia, con cui condividere feste, pranzi, vacanze.

Grazie al mio rapporto con Carlo, sono riuscita a fare grandi passi avanti come persona: ho acquisito maggiore fiducia in me stessa, ho trovato una realizzazione felice delle mie migliori caratteristiche in questa relazione. Una boccata di aria fresca, dopo un’adolescenza piuttosto cupa, segnata da pensieri negativi.

In pochi anni, siamo arrivati a progettare il grande passo. A Parigi mi ha chiesto di sposarlo: un cliché da commedia romantica. Sul quale tante volte avevo riso cinicamente. Ho preso in giro anche lui, infatti, ma poi ho ceduto: un anno dopo ci siamo sposati nella nostra città. In un giorno in cui, mi sembrava tutto così pieno, felice, vivo, che ho detto a me stessa tante volte che non mi sarei mai più sentita così. Al centro di qualcosa che scorreva meravigliosamente da solo. Ed era semplicemente perfetto.

“Non mi succederà mai più”. Di nuovo quella voce pessimista nella mia testa. Carlo naturalmente era consapevole della mia situazione clinica. Ne avevamo parlato tante volte, prima di sposarci, arrivando a immaginare anche il ricorso all’adozione. Eppure dentro di me non sentivo giusto percorrere la strada della sconfitta, prima ancora di provarci. Sulla mia situazione non c’erano dubbi: le chance erano poche, forse nemmeno un percorso di fecondazione assistita avrebbe risolto i miei problemi.

Così abbiamo deciso insieme di rivolgerci ad un centro per la fecondazione assistita e dare il via al nostro primo tentativo… [Continua]

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